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27 GENNAIO 2004

Carissimi tutti, quattro giorni fa mi sono venuti a chiamare da lontano dicendo che un malato grave mi voleva assolutamente parlare.

foto 93Si trovava a Kassiciri. 16 km di pista. Due giorni prima era piovuto come nei giorni del diluvio. In pochi minuti i torrenti si erano riempiti d'acqua violenta ed era successo il finimondo. Ero rimaso bloccato a Boroma. Il giorno seguente era venuto a trovarmi un catechista con gli ultimi dati dei catecumeni. Aveva fatto 15 km a piedi e ne doveva fare altrettanti per tornare. Mi decisi di riportarlo in macchina il piú vicino possibile a casa. Partimmo e lungo il tragitto raccolsi vari viandanti e mi meravigliai di non incontrare altre macchine. Incontrai un altro catechista in marcia che era venuto a registrare i figli nella scuola di Boroma.

-" Padre la strada di Mitsagna é bloccata. L'acqua ha portato via il bridge di pietre e cemento che ancora c'éra. Ora cé solo il torrente profondo tre metri e largo sei!" Lasciai gli altri passeggeri alla loro destinazione e il primo catechista, Manuel, il piú vicino possibile al suo destino.

Con Domingos e alcuni studenti continuai la strada fino a Mitsagna. " Alla faccia di Matusalemme ! " La strada finiva in uno strapiombo sul torrente sottostante. L'acqua non correva piú, ma aveva avuto il tempo di scavare una trincea di 30 m di lunghezza, 7 m. di larghezza e 4 di profonditá: Mi dovetti fermare. Dovevo tornare indietro.

L'indomani mattina, a Boroma trovai la chiamata per Kassiciri un cristiano venuto in bicicletta per i sentieri del bosco..

Mi organizzai e partí per Mitsanha. Ci eravamo messi d'accordo con chi era venuto a chiamarmi che mi sarei fermato a Mitsangna senza passare il torrente e loro avrebbero portato il malato dentro una carriola fino al fiume. Lui voleva assolutamente vedermi.

Quando arrivai a Mitsagna vidi che c'erano tracce di pneumatici che si addentravano nel torrente scendendo per la scarpata che portava al greto del torrente. Studiai per una mezz'ora il percorso spostando pietre e aggiustando buchi, sopratutto preoccupato per come fare a risalire la scarpata opposta, che era piena di massi e aveva non poche difficoltá di risalita. Se rimanevo incastrato nessuno mi avrebbe tirato fuori. Ma stavo pensando all'ammalato grave che, dal suo villaggio a 6 km, veniva al mio incontro dentro una carriola tirato da 6 giovani cristiani.

Messa la trazione e la ridotta mi avventurai sulla scarpata con 45% di pendenza. Pregando la Madonna di Loreto, protettrice degli aviatori. Raggiunsi il greto, attraversai il fiume e mi lanciai sulla scarpata di salita tra massi di un metro di diametro e buchi con 70 cm di profonditá. Miracolosamente , anche se scosso mi trovai sulla strada. Ce l'avevo fatta. Un giovane mi accompagnava e risalí anche lui sulla macchina. Avevo attraversato da solo perché non sapevo come sarebbe andata a finire.

Accelerammo per fare gli ultimi 6 km fino a Kassiciri. Non un'anima in vista. Tutti erano a seminare o a sarchiare. Superai il villaggio e la cappella per inoltrarmi in una strada che non avevo mai fatto, suonando il clacson per vedere se appariva qualcuno.

foto 117Finalmente... eccoli !. 7 uomini e due donne attorno a una carriola.

Gli uomini avevano attaccato una corda davanti alla ruota , tre tiravano, altri tre erano dietro e mentre uno sosteneva la carriola gli altri spingevano. Le donne erano al fianco del giovane malato per sostenerlo. Era seduto sopra una coperta con le gambe in avanti e con le mani appoggiandosi ai bordi della carriola. Stavano risalendo una china di un altro torrente e si fermarono ansanti sotto un albero, all'ombra. Il sorriso rischiarava i loro volti. mi vennero incontro e mi abbracciarono.

Il malato era un giovane di circa 26 anni. Non poteva sdraiarsi perche gli sarebbe mancato il respiro, era lucido, le gambe gonfie. Riusciva a parlare con difficoltá. Mi sedetti accanto alla carriola e gli accompagnanti si ritirarono sotto un albero a 20 metri di distanza.

- " Padre, lui vuole parlare con lei e confessarsi!"

Rimanemmo soli e José cominció a parlare . Non riusciva a respirare, se si sdraiava, per cui l'unica posizione un po confortevole era lo stare seduto. Il torace e la schiena gli facevano male quando respirava, sentiva come delle coltellate, le gambe non le sentiva piú. Sulla fronte aveva un bozzo grosso come un uovo. Grave infezione polmonare, forse pleurite, e forse accompagnata da una infezione renale.

Parlammo assieme della misericordia di Dio e del suo perdono. Quando finimmo José aveva le lacrime agli occhi e io anche.

Gli detti la sacra unzione e l'assoluzione. José si sentiva piú sereno. Ora era pronto! All'ospedale non ci voleva andare, troppa sarebbe stata la sofferenza causata dagli scossoni della macchina. Desiderava solo tornare a casa.

Lo salutai con parole di incoraggiamento, Dio era con lui, non aveva piú paura. Ora si affidava alla Sua misericordia.

Mentre il gruppo ripartiva il capo catechista mi disse che c'era un'altra malata a un km da lì. Molto grave.

Lasciai la macchina, perché c'era una altro fiume da attraversare e raggiungemmo un gruppo di capanne.

Trovammo la donna di circa 30 anni seduta su una sedia. Mi sedetti su un secchio capovolto. Gli altri si sedettero in circolo per terra. La donna aveva un ventre e le gambe molto gonfi. Non riusciva piú a stare in piedi. Forse una nefrite o una idropisia. Sentii la mancanza di un medico. Quella gente era abbandonata a se stessa.

La donna era una catecumena del secondo anno di catechesi. Voleva ricevere il battesimo. Dopo una breve spiegazione e le preghiere di preparazione, le amministrai L'acqua di Vita..

Si chiamava Diolinda! Era molto cosciente. In casa non c'era nessuno. Solo um bambino stava sdraiato al suo fianco, sotto una coperta stracciata. Doveva avere la malaria.. Tutti i famigliari erano nei campi. Io suggerii che avremmo dovuto tentare di portarla in ospedale. Non era possibile! Nessuno della famiglia era presente, ormai era pomeriggio ed io dovevo tornare a Boroma dove avevo un incontro con un gruppo di giovani.

Aspettammo molto tempo finché arrivo una sua nipote. I suoi avevano deciso di portarla dal curatore tradizionale ... lo stregone. Io non potevo farci niente.

Dopo un'ora lasciammo la casa di Diolinda e ritornammo alla macchina. Probabilemente non l'avrei piú rivista. Ripartii in macchina col cuore triste.

José e Diolinda due giovani che non avrei probabilmente mai piú incontrato e a cui non potevo dare altro che il conforto della fede. Signore Santo, ma perché tanta gente é abbandonata, senza medici, senza cure?

Poi mi ricordai di José che nel suo dolore sorrideva sereno perché non aveva piú paura. Poteva accetare la morte serenamente. Tornai a Boroma passando per lo stesso torrente e mancó poco che la macchina si rovesciasse sulla scarpata di ritorno, ma Dio veglia sui missionari.

I giovani mi aspettavano. Mi feci due uova al tegamino e cominciammo la riunione. La vita continua.

Pregate per José e Diolinda!

P. Claudio dall'Africa lontana....

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