Dicono che il mal d'Africa colga in modo irreversibile chiunque soggiorni
un po' sul suolo del continente. Ad ascoltare i giovani reduci di un viaggio
neppure troppo lungo - 15 giorni - già se ne ha lampante conferma: sembra
che abbiano sempre vissuto laggiù, naturalizzati nel breve volgere di un paio
di settimane. Nato da un'idea del responsabile diocesano della pastorale giovanile,
don Nicolò Anselmi, di andare a visitare i missionari della chiesa genovese
sparsi nel mondo, ecco che in pochi mesi il progetto ha preso forma e si è
concretizzato nella partenza del 7 agosto con destinazione Maputo, in Mozambico.
Erano in dodici, ciascuno con preparazione e attese diverse.
Un giovane gruppo composito.
Il Don capo cordata si è rivelato instancabile animatore per tutti i bambini
incontrati - spiega con tono appassionato un reduce, Alessandro, l'extracomunitario
del gruppo in quanto milanese doc, fino all'ultimo in forse la sua partenza,
ma alla fine è stato dei nostri (e per fortuna, viste la sua qualifica di
cuoco e le effettive capacità ai fornelli), poi Maria Paola, l'insonne sorella
di don Nicolò, ogni notte impegnata nell'assistenza; Lucia, quasi medico che
ha egregiamente curato il gruppo e tante persone incontrate; Gian Luca, ingegnere,
lo sfortunato della comitiva visto che di ogni incidente era lui il protagonista;
Giacomo, tipografo, sostegno morale di tutti e dei tanti canti di montagna
intonati da padre Claudio; Fiorenza, architetto e fotoreporter del gruppo;
Maria, informatica ( per la gioia di padre Claudio e del suo computer malaticcio)
e grande capo scout; Roberta, insegnante. Erano con noi anche Claudia, maestra
di Borgomanero, amica di vecchia data di padre Claudio e Antonio, di Busto
Arsizio, meccanico, gran lavoratore e tutto fare!
Parole inadeguate
Così è avvenuto che in Africa meridionale, Mozambico centrale, provincia
di Tete, qualcuno ad un tratto si sia ritrovato a cantare "Ma se ghe
pensu"! Ci sono voluti più di 30 anni, ma infine è successo, qualcuno
è partito da Genova alla ricerca del cosiddetto 'ippopotamo dello Zambesi',
il sestrese padre Claudio Crimi.
"Ognuno di noi - dice Giacomo - è partito con le sue motivazioni, le
sue domande. Poche le idee chiare su quello che ci attendeva, sapevamo solo
che andavamo da un missionario comboniano di Genova, a conoscere la realtà
in cui opera e, forse, a programmare qualche impegno per il futuro".
Da poco rientrati in Italia, faticano a tradurlo in parole, perché è stato
un un viaggio emotivamente molto forte, che ha messo in discussione il loro
stile di vita, in cui hanno sperimentato la difficoltà di vivere dove non
c'è quasi nulla. "Però - continua Giacomo - anche un viaggio in cui abbiamo
conosciuto una chiesa giovane, abbiamo sperimentato la forza di Cristo, ci
siamo sentiti fratelli giocando con i bambini, sudando insieme ai grandi nel
duro lavoro di scavo di un canale, ma soprattutto nella preghiera che ci fa
esclamare " Padre Nostro...". Noi siamo partiti non dopo un cammino
missionario, al contrario prima siamo andati a vedere l'esistente ed ora iniziamo
a pensare a traduzioni più concrete; tante le cose viste, forte il desiderio
di impegnarsi perché qualcosa cambi e ci sia meno divario nelle opportunità".
Dopo il G8, con opinioni diverse.
La loro partenza è avvenuta poco dopo il G8, nel gruppo avevano posizioni
diverse sui fatti di quei giorni. Le pietre lanciate e le vetrine rotte non
hanno giovato ai poveri del pianeta. "Ma la grande povertà in cui vivono
va fortemente denunciata. Se davvero crediamo in un Dio che è Padre possiamo
solo impegnarci per una seria fraternità verso ogni uomo, al di sopra di ogni
altra logica deve esserci l'amore e il desiderio di incontrarsi": così
hanno insieme convenuto. Nel viaggio, organizzato completamente da padre Claudio,
hanno trascorso due giorni a Maputo, poi sono volati nel cuore della savana
in un piccolo villaggio di capanne al confine con lo Zimbabwe. Là hanno vissuto
10 giorni in una realtà lontanissima dalla nostra, un tuffo a ritroso nei
secoli, sperimentando mille difficoltà e imprevisti. Varie comunità di cristiani
li hanno accolti con una semplice e calda ospitalità: con loro hanno condiviso
momenti di lavoro, di festa e di preghiera. Hanno conosciuto tanti bambini,
tante storie intessute solo dell'essenziale, tra grandi contraddizioni ambientali
e una grande forza interiore.
In giro con nove "musungo".
Il rientro è stato graduale, prima a Estima, centro con strade asfaltate,
acqua corrente nelle case e corrente elettrica: qui hanno incontrato e cantato
con il gruppo scout; più volte sono stati a Songo dove c’è un altra casa comboniana,
hanno quindi visitato la diga di Cabora Bassa e l’associazione per i trasporti
sul lago messa in piedi da padre Claudio. Due brevi visite a Tete e ancora
Maputo hanno loro permesso di conoscere una povertà diversa da quella dei
villaggi.
Tutti sono rimasti colpiti dalla figura di padre Claudio, un "uomo grande
tanto nella mole quanto nella fede" e "colpiti dalla sua forza,
la forza che deve avere per lottare contro le ingiustizie che vive attorno
a sé, e annunciare Cristo in mezzo a mille problemi". Hanno capito almeno
un po' perché dice spesso che in Africa non si scherza, che problemi piccoli
possono diventare grandi: anche il loro incidente con la macchina poteva avere
esiti drammatici, ma grazie a Dio si è risolto con solo una clavicola rotta
e un taglio profondo. Dopo le peripezie vissute, dicono tutti i giovani all'unanimità,
"a questo "grande Babà" - davvero un "grande Padre"
- possiamo solo ripetere il nostro grazie per aver accettato ed organizzato
il nostro viaggio: ora sappiamo che è stata un'impresa non facile scorrazzare
per l'Africa nove "musungo" (bianchi)". Da oggi inizia la verifica
del sogno vissuto, la stagione della crescita e della lunga maturazione dei
frutti.
Graziella Merlatti