...l'ippopotamo dello Zambesi

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Prima Lettera di Daghino - Marzo 2000

Cheias 2000 – Moēambique
Xai Xai
Xai Xai č divenuta una cittį fantasma: la si vede solo da lontano, coperta da un lenzuolo ormai giallastro con i bordi ondeggianti. La via centrale, sembra una grande piega nel lenzuolo di terra che tutto ricopre, poco piś ai lati ricomincia l’acqua. Tutt’intorno acqua, punteggiata da piccole isole di terra che stanno emergendo, con i tetti delle case che hanno resistito alla piena ormai fuori dell’acqua, con tante capanne sfondate, con piccole cose che stufe di “galleggiare” si stanno depositando su qualche lembo di terra.
Dalla collinetta di Sotoene si vede tutta la distesa d’acqua che copre ancora per intero la piana che unisce Xai Xai a Chicumbane, a circa 17 km di distanza.
Sfollati
30.000 sfollati, raccolti in parte nei “Centri di Accoglienza”, in parte presso famiglie, in parte presso altri “Centri” vivono in attesa di una sistemazione che permetta di ritornare ad una qualche attivitį.
Abbiamo visitato il Centro piś grande, quello chiamato della OMM (Organizaēćo da Mulher Moēambicana) e quello delle suore cattoliche presso “l’Internato”
Nei campi abbiamo visto una discreta organizzazione ed una notevole pulizia, che fa arrossire di vergogna la capitale Maputo. Nel Centro della OMM, situato all’interno del quartiere di Marien Ngoaby, gli sfollati dormono in tende (11 persone in tende a 6 posti), oppure in camere di un vecchio Centro di formazione, dove qualcuno ha ammassato i pochi beni che č riuscito a salvare, altri hanno trascinato se stessi. Sono organizzati in gruppi di cucine collettive (tre cucine per oltre 2400 persone), mentre nel “Centro dell’Internato” ciascuna famiglia riceve una certa quantitį di cibo e poi si deve aggiustare a farselo cuocere in appositi luoghi destinati appunto alla cottura dei cibi.
Cibo e malaria
I due problemi principali sono l’alimentazione, e le malattie, sebbene entrambi siano relativamente sotto controllo, almeno per il momento.
Molto preoccupante č la malaria che sta aumentando notevolmente, e per la cui cura il Governo mozambicano aveva stoccato una elevata dose di medicinali; meno preoccupante č la situazione del “cólera”, che aumenta rapidamente in alcune zone (sud della provincia di Sofala), ma nei campi che noi abbiamo visitato, per ora, le diagnosi si fermano alla “diarrea” o “diarrea con sangue”.
Le infermiere registrano con molta solerzia tutte le visite e le diagnosi ed in breve tempo si riesce a ricostruire i dati delle diagnosi dell’ultimo mese. La malaria č di gran lunga la malattia piś presente, seguita dalle infezioni respiratorie e poi dalle diarree.
L’alimentazione č l’altro problema perché nonostante la imponente macchina logistica organizzata dai paesi donatori, di cibo ne arriva ancora poco, appena a sufficienza per mangiare una volta al giorno nei “Centri”, mentre chi č ricoverato presso altri Centri” o famiglie, non riceve nulla. Il PMA (Programma Mondiale Alimentazione) afferma che il cibo c’č per tutti, ma un pasto al giorno non sembra essere una dose che sufficiente a mantenere una buona salute. Al momento sembra che casi di denutrizione vera e propria siano estremamente ridotti (noi abbiamo visto due soli casi, evidenti), tuttavia se le razioni alimentari continueranno ad essere di questo livello temo che ci si arriverį in tempi non lunghi. Č evidente che la filosofia del PMA č di far si che le persone si impegnino nuovamente a lavorare per guadagnare qualcosa, anziché limitarsi ad aspettare il cibo, e questo č perfettamente comprensibile e condivisibile se non fosse che la netta maggioranza degli sfollati soddisfaceva le proprie esigenze di alimentazione attraverso il lavoro dei campi ed ora per almeno sei mesi non ci saranno raccolti. E comunque con l’acqua che copre i campi per ora č assolutamente impossibile anche solo iniziare a lavorare. Ma anche chi non era solo contadino ed esercitava altre piccole attivitį, avendo dovuto fuggire di fronte all’acqua ha perso tutto, capitale ed attrezzi, pertanto si trova di fatto impossibilitato a riprendere a lavorare.
Reinsediamento
Le autoritą locali hanno deciso che nei quartieri della cittį bassa non si tornerį ad abitare per cui stanno aprendo nuovi quartieri in terreni “alti” dove assegnano parcelle di terra alla famiglia che accettano di insediarvisi. Queste famiglie ricevono una tenda, si trasferiscono nel nuovo “bairro” e li sperano che qualcuno venga a portare qualcosa da mangiare. Abbiamo visitato uno di questi nuovi quartieri č li ci č stato chiesto di intervenire per aiutare a costruire le case. Le famiglie insediate si sono costruite ciascuna una latrina, hanno demarcato il terreno, parecchie hanno gią piantato rametti di alberelli destinati a diventare siepi, e qualcuno ha subito piantato alberi da frutta.
Resta da risolvere decentemente il problema della casa, visto che l’inverno non č molto lontano, si prevede che potrebbe essere piś freddo del solito, e comunque l’umiditį adesso č elevata ed in inverno sarį sicuramente maggiore
Un altro problema urgente nei “Centri” e nei “bairros” č il rifornimento di acqua. Mentre eravamo in visita sono arrivati dei serbatoi grandi di plastica che attutiranno il problema, ma comunque faranno dipendere la disponibilitį di acqua dai viaggi di un trattore con un serbatoio che deve fare la spola fra i pozzi ed i serbatoi dei “Centri” e per quanti viaggi faccia non riesce a far fronte a tutte le esigenze. In quegli stessi giorni c’č stata una visita di un rappresentante dell’Unicef che ha promesso che avrebbe cercato di risolvere il problema dell’acqua. Quando?
La vita
La vita della cittį bassa, almeno quella del mercato informale si č trasferita lungo la strada principale della cittį alta. Bancarelle a destra ed a sinistra, capre mescolate ai venditori di cocchi ormai vecchi, arance e anacardi; nonostante tutto la gente si ingegna a sopravvivere ed ha argomenti convincenti per alzare i prezzi. Vuoi qualcosa il cui prezzo č improvvisamente diventato piś alto che a Maputo? Se cerchi di contrattare ti rispondono: “vallo comprare a Maputo!”
La vita in cittį č diventata carissima, non solo per quel livello di prodotti tipici di chi ha qualche soldo in piś della media, ma anche per i cibi piś basilari (riso, fagioli, farina etc).
Per potersi muovere poi i costi sono elevatissimi: affittare un’auto, una normalissima e discretamente vecchia Golf con la trazione su due ruote, ci č costato l’equivalente di 60 dollari al giorno piś il combustibile (per una “quattro ruote” ci avevano chiesto circa 135 dollari al giorno!!) Negli alberghi  (due in tutto) si spende da 35 a 50 dollari a notte.
Le Istituzioni, che lavoravano nella cittį di cemento nella zona bassa, si sono trasferite in locali di fortuna, qualcuno salvando tutto il suo equipaggiamento – PC, macchine da scrivere e tutta la documentazione- altri, che non hanno dato retta agli avvisi del Governo, hanno perso anche la carta intestata.
Le “Banche” lavorano in locali di fortuna e quindi non cambiano dollari.
Manca l’energia elettrica e questo dį una idea di che cosa si puó fare a Xai Xai in questi tempi. Anche il combustibile scarseggia per cui pure i generatori di elettricitį (i pochi che ci sono) funzionano per qualche ora al giorno. Cosķ nell’albergo la luce c’č si e no per mezz’ora al giorno, l’acqua arriva solo in quella mezz’ora(e se ci azzecchi puoi fare la doccia, altrimenti si rimanda al giorno dopo) e la conservazione degli alimenti č un antico ricordo. Conseguenza: l’unica cosa che conviene mangiare č pollo, meglio se grigliato almeno lo devono fare sul momento.
Ovviamente il combustibile č scarso anche per le automobili e per i camion ed č facile immaginare cosa succede quando arriva un camion-cisterna.
Le persone.
Continuano a stupirmi.
Anche nei “Centri”, dove la vita per noi sarebbe disperante, la gente appare decisamente serena. Ho ricevuto meno richieste di elemosina che non a passare nelle strade di Maputo. Gente disposta a parlare, a raccontare senza rabbia la sua situazione, che si mette a ballare se ti appresti a scattargli una foto mentre rimescola il pranzo nei grandi pentoloni che alle 10 del mattino bollono sul fuoco ed č contenta se gli prometti di mandargliela.
La sensazione piś pesante della scarsitį di alimenti l’ho avuta assistendo alla distribuzione, verso le 11 del mattino, di gallette ai bambini. Pur ordinatissimi in righe parallele, i piś piccoli davanti e gli altri dietro, le mani si tendono con una rapiditį incredibile per afferrare, carpire, strappare quei due biscotti, mentre i piś piccini restano con le palme rivolte verso l’alto desolatamente vuote ed occhi imploranti. Č li che si vede che il cibo non č mai a sufficienza.
Nei “bario” di insediamento siamo arrivati mentre facevano le vaccinazioni, File silenziose, ordinate, e la gente che ritorna subito alla propria tenda. Un senso di attesa di non si sa che cosa forse di tutto o forse di ben poco, ed il gruppo dei responsabili che si affanna, da un lato a gestire le frequenti visite come la nostra, spiegando cosa manca, cosa vorrebbero, per il futuro e dall’altro acchiappano al volo l’autoritą di turno che passa in visita per chiedergli quello che gli serve per subito o per l’indomani. Sanno che noi arriveremo tardi, ma ci contano comunque, mentre loro devono sopravvivere fin da subito.
Gli abitanti della cittą alta tranquilli come al solito, anzi contenti perché chiunque avesse due stanze vuote le ha affittate a prezzi che nemmeno si sarebbe sognato.
Chi aveva una attivitą commerciale significativa nella cittą bassa si arrabatta per continuare con sistemazione di fortuna. Č il caso di una famiglia portoghese che gestiva un ristorante andato completamente sommerso. Adesso nel cortile della loro casa di abitazione, nella cittą alta, hanno montato su quattro rudimentali pali una tenda di roulotte (che fa bella mostra di se nell’angolo del cortile) e preparano pollo fritto e patatine a nuovi e vecchi clienti utilizzando la griglia prevista per le feste casalinghe. Siccome manca l’acqua dal rubinetto passano con due recipienti (uno con l’acqua pulita ed uno per raccogliere quella sporca) e ciascuno si sciacqua le mani in modo decoroso.
Le autoritą indaffaratissime, ciascuno ti chiede di intervenire nel suo settore, incurante che le norme del governo dettino soluzioni molto diverse dalle loro idee.
Ma per riuscire ad ottenere una lettera di richiesta formale di intervento non bastano tre giorni di continue insistenza. Al momento di partire la lettera, ovviamente, non č pronta. Ci vediamo costretti a far restare Pedro un giorno in pił a Xai Xai, con costi aggiuntivi tutt’altro che trascurabili (albergo, automobile, combustibile, pasti).
Torniamo all’aeroporto di Chibuto in tempo per confermare la nostra presenza nella lista dei partenti per Maputo, e poi tranquilli attendiamo di salire sull’aereo, ma quando viene in nostro turno ci spiegano che nel frattempo č salita una signora con due bambini che lei pensava tenessero un solo sedile, ma i piloti li obbligano a stare seduti ciascuno su una poltrona e cosi per noi č rimasto un solo posto. Non mi pare il caso di dividerci e cosi, notevolmente seccati, restiamo per sei ore seduti su un gradino di un campo di aerodromo che non ha mai visto tanto traffico. Aerei ed elicotteri che arrivano e ripartono in continuazione su un pista in terra battuta poco pił larga di una strada di campagna. Scaricano arrivando da Maputo ed altri ricaricano e vanno a Xai Xai oppure in posti ancora isolati. Reincontriamo il Direttore Prov. della Sanitą che tornava da una visita in una di queste localitą del tutto isolate. Due sere prima ci aveva chiesto di intervenire in due territori che sono ancora isole nel mare d’acqua, con circa 5000 persone per ciascun luogo. Isolate, circondate dall’acqua, hanno ricevuto una sola volta dei viveri, da un mese a questa parte. Le nostre capacita finanziarie e logistiche si dimostrano assolutamente inadatte ad interventi di questo tipo, ma nel dirglielo un nodo ci prende alo stomaco: quelli possono veramente morire, tranquilli e soli, senza nessuno che li disturbi, schiacciati da nugoli di zanzare, senza cibo e acqua pulita, ma nessuno li vede, neppure i piloti degli aerei, ed i piloti degli elicotteri non ci arrivano perché la distanza dai campi base supera l’autonomia di volo, a meno di usare gli elicotteri militari in azione, ma non si fa, non riusciamo a capire perché. Il giorno dopo il nostro rientro incontriamo la Responsabile per il territorio di Xai Xai del PMA (Programma Mondiale dell’Alimentazione) e ci conferma che di luoghi come quelli ce ne sono un numero imprecisato, e che nonostante il dispiegamento di elicotteri il territorio č tanto grande e la dispersione delle persone cosi elevata che nessuno conosce queste realtą, neppure i piloti degli elicotteri.
Dall’alto
Sgomitando un pó conquistiamo un posto vicino ai finestrino dell’aereo per tornare a Maputo.
Lo spettacolo dall’alto č veramente impressionante. Ci sono momenti in cui ti pare di essere sopra un mare limaccioso. Si vedono bene le interruzioni della strada principale con l’acqua che mollemente continua a defluire, ma č un’acqua che pare non sapere dove andare. Č ancora allargata su una zona vastissima di territorio e forse solo in minima parte defluisce verso il mare, il resto dovrą essere assorbito dal terreno totalmente impregnato. Fra quanto tempo quel terreno potrą tornare ad essere coltivabile? Nessuno lo sa con certezza, anche perché le inondazioni non sono finite. Noi torniamo a Maputo, ma prima di partire da Xai Xai abbiamo saputo dalle autoritą che per quello stesso pomeriggio č attesa una nuova ondata di piena che farą aumentare l’acqua a Choqwe di due metri ed a Xai Xai il giorno successivo di circa mezzo metro.
Il lenzuolo di fango che copre Xai Xai tornerą a liquefarsi un’altra volta, e bisognerą ricominciare da capo ad aspettare che l’acqua sui ritiri. Almeno questa volta non ci saranno nuove vittime sorprese delle acque, ma la fatica dell’uomo e delle donne riprenderą al punto in cui era due settimane or sono. Come Sisifo, come sempre in questo paese martoriato, popolato de persone che portano nei volti le stimmate della sofferenza e della capacitą di continuare, a modo loro e nonostante tutto.
Noi torniamo a Maputo, per organizzare qualcosa che non siano solo parole, confidando negli amici italiani e su qualche goccia di cooperazione.
Che fare?
Case, strumenti ed equipaggiamenti per lavoro, sanitą, integrazione alimentare …. e forse tanto altrove ne saremo capaci e ne avremo i mezzi.
Carlo Daghino, di ritorno da una missione a Xai Xai (17-21 marzo 2000)