...l'ippopotamo
dello Zambesi
Lettera di Gianni Cerruti - Novembre 2000
CIAO IRMAES
(appunti di un viaggio in Mozambico)
A perdita d'occhio la boscaglia si stende sotto di noi. Una pista,
simile ad una ferita lunghissima, taglia la pianura.
Come enormi colonne grigie, i baobab si stagliano al di sopra dell'immensa
pianura colore dell'ocra.
Il nastro d'argento dello Zambesi brilla al sole splendente del pomeriggio.
Sono le prime immagini africane che appaiono ai nostri occhi dall'oblò
dell'aereo durante l'atterraggio.
Dopo i saluti della Malpensa, i luccichii dell'aereoporto di Francoforte,
le gioiellerie stracolme di diamanti dei free shoop di Joannasburg,
il sole abbagliante ci avvolge all'uscita dell'aereo.
La palazzina dimessa del piccolo aereporto di Tete, la provincia più isolata
del Mozambico, ci accoglie.
Finalmente l'Africa!
E' con emozione che ci avviamo all'uscita dove Padre Claudio e Gianni
ci aspettano.
Saluti, abbracci, commozione e subito la realtà ci avvolge: bambini stracciati
si accalcano attorno nella speranza di una monetina o una caramella.
E poi il viaggio verso l'interno.
Dopo quattrocento chilometri in parte asfaltati ed in parte su pista sterrata
attraverso il bosco arriviamo alla missione di Mukumbura.
Uno sterminato villaggio di capanne prive di quasi tutto, dove da pochi
mesi Padre Claudio ha aperto la nuova missione.
Negli ultimi mesi la comunità cristiana aveva costruito la casetta per
il missionario. Una casa modesta, ma dignitosa, con tre piccole camere
ed una microscopica cappella sotto un tetto di lamiera luccicante. Sarà
in questa
realtà che vivremo la nostra prima esperienza africana.
Da subito ci sentiamo accolti cordialmente dalla piccola comunità cristiana
che è agli inizi del suo cammino di fede.
Lucia e Claudia sono le prime donne bianche che arrivano nel villaggio
e molti bambini tra i più piccoli piangono spaventati. I più coraggiosi
si avvicinano timidamente, protetti dalle gonne delle mamme. Qualcuno,
più grandicello,
cerca addirittura di toccare i capelli scoppiando poi in sonore risate.
Mai avevano visto capelli cosi lisci!
Senza particolari difficoltà ci ambientiamo sin dai primi giorni. La vita
del villaggio non offre molte alternative ed i primi giorni sono dedicati
alla reciproca conoscenza.
Ci rendiamo conto di cosa vuole dire il non avere nulla. Vuol proprio
dire: nulla.
Non c'è l'acqua per cuocere, non c'e sale, non esiste il pane.
I vestiti sono quelli che si indossano, le scarpe sono un lusso per pochissimi
che spesso camminano tenendole in mano per non consumarle.
Ben presto iniziano le visite alla missione. E con le visite di cortesia
arrivano anche molti bisognosi: ammalati in crisi malarica, ferite, scottature,
diarrea, febbre... Cerchiamo di aiutarli come possiamo. I medicinali della
Farmacia Comunale sono provvidenziali e le poche conoscenze mediche
acquisite al corso dei volontari CRI si rivelano utilissime.
Siamo entrati in un mondo che ci prende e ci avvolge completamente. Vista
da questa parte la realtà è completamente diversa..
Ci sentiamo strani ad essere gli unici con le scarpe, mentre il mondo
circostante cammina scalzo.
Siamo a disagio nel muoverci con la Jeep (anche se indispensabile)
mentre gli altri vanno a piedi con, specialmente le donne, enormi pesi
sulla testa.
Tutto quello che in Italia sembra indispensabile ci accorgiamo che è assolutamente
inutile. Si può vivere benissimo senza la televisione, senza il telefonino,
senza gli oggetti che ingombrano la nostra vita di ogni giorno, in compenso
risulta molto facile aprirsi alla gente.
Pur parlando lingue diverse facciamo lunghi discorsi intervallati da risate
contagiose.
Con meraviglia del missionario Lucia e Claudia vengono invitate nelle
capanne.
Gesto inconsueto che denota confidenza ed amicizia.
Gruppi di bambini gironzolano nelle vicinanze della missione. Lucia li
coinvolge in giochi semplici e poi si improvvisa maestra di musica insegnando
"Fra Martino". Incredibile la velocità con cui apprendono la
filastrocca..
Nei giorni seguenti, tornando da scuola, un gruppetto canta a squarciagola
"din
don dan", senza aver mai sentito una campana!
E poi i lavori. Con un gruppetto di giovani entusiasti e pieni di voglia
di fare in pochi giorni si riesce a scavare un pozzo a regola d'arte.
A soli sei metri di profondità incontriamo una falda d'acqua limpida ed
abbondante.
Finalmente il sogno del missionario di fornire l'acqua corrente si avvera.
Con travi di tek (unico legno a non essere divorato dalle termiti) facciamo
un castello su cui issare un bidone che i bambini si impegnano a mantenere
pieno pompando a turno, e possiamo così dare acqua alla doccia,
al lavandino, alla cucina.
Per le donne sono chilometri in meno da fare con il bidone sulla testa
fino alla fontana.
I giorni viaggiano veloci. Vorremmo fare, ma manca quasi tutto per cui
ogni tanto si devono fare circa ottocento chilometri per tornare a Tete
per gli acquisti.
Cerchiamo di individuare con la comunità cristiana quali sono le necessità
più urgenti.
Tra tutti i lavori viene indicato come prioritaria la costruzione di una
nuova chiesa in sostituzione della vecchia cappella che sta crollando
divorata dalle termiti e che sarà anche scuola e centro di aggregazione
della comunità
Con un pò di coraggio, o di incoscienza, iniziamo i lavori. Procuriamo
il cemento e le pietre le ricaviamo dall' antica missione abbandonata
che il fiume sta spazzando via.
In una settimana otto colonne incominciano ad alzarsi e la nuova chiesa
prende forma..
Purtroppo il tempo è volato e la partenza si avvicina.
Gli ultimi giorni sono dedicati ai disegni per il completamento del tetto
ed ai consigli per il gruppetto che con l'occasione, si è amalgamato
e si è trasformato in una equipe di esperti muratori.
La partenza da Mukumbura è un momento difficile. Mai avremmo immaginato
di creare un'amicizia così profonda, e se pur con fortissimo desiderio
di riabbracciare i figli, ci lasciamo con un groppo in gola.
In attesa dell'aereo che ci riporterà alla capitale trascorriamo tre giorni
a Tete dove con Padre Claudio visitiamo un piccolo orfanotrofio che suor
Maria, una suora portoghese, ha aperto quasi un anno fa..
L'incontro con questa realtà ci sconvolge. Quaranta bambini, per la maggior
parte orfani di genitori morti di AIDS, sono raccolti da questa suorina
che, da sola, con coraggio, li mantiene con il solo magro stipendio da
infermiera presso l'ospedale locale.
La situazione è drammatica. I bambini dormono in letti a castello a tre
piani.
L'unico lusso è una stuoia di bambù stesa sulla rete di filo di ferro.
Niente coperte, materassi o cuscini, e la notte la temperature arriva
a 9-10 gradi!
Il menù è di una monotonia sconvolgente: una polenta al giorno, qualche
volta due ed eccezionalmente un sugo di pomodori e cavoli.
Con 130.000 al mese suor Maria non può certo fare molto.
Ci prende un senso di colpa e di sconforto.
Ricordiamo alcuni incontri sul debito dei paesi poveri a cui avevamo
partecipato a Gozzano e Borgomanero dove qualche missionario, arrabbiatissimo,
aveva alzato la voce contro le nostre responsabilità.
Ecco le conseguenze del debito!
Non rimane più nulla per la scuola, la sanità, l'assistenza... E noi siamo
ancora qui a cercare giustificazioni e ragioni politiche se intervenire
o meno, se condonare o meno..
Purtroppo non è possibile fermarsi oltre. Possiamo solo portare
un gruppo di bambini a scuola caricandoli sulla solita jeep. Almeno per
una volta risparmieranno quasi due ore di strada per arrivare in classe.
Con commozione li lasciamo davanti alla scuola svuotando lo zaino e le
tasche delle ultime caramelle.
Ci salutano mentre si allontanano e poi, una bimba ritorna per dirci:
"ciao irmaes", ciao fratelli!
Lucia e Gianni